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Cose belle

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Gero Akoya aveva sempre ammirato le cose belle.

Fin da quando era bambino, era sempre stato circondato dalla bellezza in ogni sua forma: la casa in cui era nato e cresciuto era l’invidia di tutti gli amici dei suoi genitori, da essi progettata e arredata con gusto impeccabile; i suoi vestiti erano cuciti su misura e rigorosamente di tessuti pregiati per non rovinare la pelle troppo sensibile; perfino i suoi giocattoli erano belli, perché il piccolo Akoya diffidava di quelli dall’aspetto discutibile.

E tuttavia, da vero cultore, non si era mai fermato a ciò che poteva toccare; Akoya riusciva a percepirla, la bellezza. Era bella sua madre, quando gli permetteva di restare con lei nel proprio studio mentre lavorava, senza preoccuparsi dei pasticci che lui puntualmente combinava con i colori, fiero di saper anche lui dipingere come la mamma. Era bello suo padre che gli leggeva poesie per farlo addormentare, convinto che non fosse mai troppo presto per innamorarsene, perché per studiarle aveva tutta la vita davanti a sé. Era bella Michiro, la bambinaia, che giocava con lui fino allo stremo delle forze, incurante di straordinari e stipendi; e Alain, il cuoco francese, che spesso e volentieri si commuoveva quando il più piccolo di casa affermava di preferire le moules-frites al sushi.

Akoya aveva assimilato così bene il concetto che tutti, attorno a lui, avevano iniziato ad associare lui alla bellezza. Lodavano senza sosta i suoi occhi turchesi, i suoi capelli morbidi, il suo viso di porcellana, i suoi modi da principe. C’era voluto poco per Akoya, che nella sua breve vita aveva conosciuto solo persone amorevoli e una vita spensierata, per convincersene: io sono bello.

Lo shock di varcare la soglia della sua nuova classe, in prima media, lo aveva colto completamente indifeso. D’apprima i compagni lo avevano solo osservato, ridendo e bisbigliando cattiverie di cui Akoya conosceva a malapena il significato; così anche Akoya si era limitato ad osservarli. Alla scuola elementare gli altri bambini non si erano mai curati del suo aspetto, anzi: Akoya era in gamba e coraggioso, quello che riusciva a spingersi più in alto con l’altalena, perciò tutti i bambini volevano essere suoi amici; e sapeva fare le trecce senza lasciar fuori nemmeno una ciocca in meno di due minuti, così anche tutte le bambine erano sue amiche.

Alle medie, le cose funzionava in maniera diversa.

Presto Akoya si era ritrovato a scansare spallate in corridoio, a sentirsi tirare i capelli durante le lezioni e, naturalmente, a fronteggiare la fatidica domanda: sei un maschio o una femmina?

Ai suoi genitori non voleva raccontare nulla, un po’ perché non si preoccupassero e un po’ perché lui stesso faceva fatica ad elaborare cosa stesse succedendo. Finché, un giorno, gli altri avevano avuto la meglio: quella sera Akoya era tornato a casa più tardi del solito e con i capelli corti, tagliati di fresco dal loro parrucchiere di fiducia.

 

Basta.

Sono stanco.

 

Una parte di lui si chiedeva se i genitori ne avrebbero fatto un dramma, visto quanto entrambi si erano sempre prodigati in mille complimenti per la sua chioma fluente. In un certo senso, lo sperava.

« Mi piacciono i tuoi capelli, tesoro. » aveva esordito sua madre, sedendosi a tavola.

« Fanno risaltare i tuoi occhi. » suo padre, già seduto, aveva sorriso.

« È naturale. » Michiro aveva posato un bacio sulla sua testa « Anche se un po’ mi mancherà spazzolare i tuoi capelli, Akoya-kun è sempre bellissimo. »

Akoya era solo un ragazzino, eppure aveva capito.

Si era guardato a lungo allo specchio, nella propria stanza, rendendosi conto non solo che quel taglio di capelli gli donava infinatamente meno del precedente, ma che perdipiù non piaceva a lui. Dubitava che esistesse una qualunque realtà, anche alternativa, in cui i suoi genitori e Michiro avrebbero dato un giudizio obiettivo, ma, in qualche modo, gli era grato: era un po’ come se stessero cercando di dirgli che il suo parere era l’unico a contare.

Le medie avevano continuato ad essere un campo di battaglia.

Ora, però, Akoya capiva benissimo gli insulti dei compagni ed era libero di ignorarli, passando l’intervallo a provare nuove modi di intrecciare i suoi capelli, che pian piano tornarono alla loro lunghezza originale.

« Akoya-kun. »

Il ragazzo si alzò di scatto nell’udire il proprio nome.

« Gero Akoya? »

« S-sì. »

Akoya osò alzare gli occhi per guardare il suo interlocutore: Arima Ibushi, uno dei membri del Consiglio Studentesco, che lo aveva selezionato qualche mese prima come candidato al seggio vacante.

Arima sorrise.

« Spero ti piacerà passare il tempo con noi. Il presidente è una persona …particolare. Ma incredibilmente affascinante. »

Per i primi giorni, Akoya aveva osservato: Arima, il Presidente, la stanza dove si riunivano, di una bellezza incredibile, la sua nuova uniforme scintillante. La premura di Arima, che mascherava con noncuranza perché al Presidente non costasse troppo accettarla; la determinazione di Kinshirou, tutt’altro che disinteressato agli altri studenti. E la fiducia piena che questi gli aveva dato fin da subito, senza un valido motivo, ma che aveva fatto sentire Akoya a casa; e le dita di Arima che finivano puntualmente impigliate nei suoi capelli, ogni qual volta gli dava un buffetto affettuoso sulla testa.

Credo proprio mi piacerà, aveva decretato, concluso il periodo di osservazione.

C’era decisamente qualcosa di bello – quasi magico – in quello che si stava creando fra di loro.

E Gero Akoya amava le cose belle.